Ogni giorno é stato una sfida continua: Beatrice’s Story


Senza titolo-52Photo by Chiara DeMarchi

Tutto è iniziato con dei crampi. “Avrò mangiato qualcosa che mi ha fatto male ieri sera” ho pensato, come succede a tutti. Certo, perché chiunque si svegli la notte con i crampi, e vada di diarrea per un paio di giorni, non va certo a pensare che sta andando in contro ad anni di indicibile sofferenza. Da una volta ogni tanto quei “crampi” hanno cominciato ad arrivare sempre più spesso, ero ancora una bambina, avevo solo 17 anni. Anni di visite, ogni tipo di esami e farmaci da provare, ma il risultato era sempre: “non abbiamo trovato nulla, quindi è un problema psicologico”. Certo, i problemi di pancia sono sempre psicologici, soprattutto se non si capisce cosa è.

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La vita degli altri andava avanti, la mia mi sfuggiva di mano e ogni piccola cosa diventava un’impresa, anche solo alzarsi dal letto senza svenire era una vittoria, come non collassare sul gabinetto. Avevo smesso di vivere è vero. Ma non mi sono mai arresa. Incominciai ad organizzarmi. Quella era la chiave per tutto. Trovai i miei piccoli escamotage, che mi permettessero di muovermi “in sicurezza” e di incominciare a fare piccole cose. Incominciai ad imparare a convivere con il dolore cronico, il mio compagno di vita, sempre presente, incominciai ad imparare a gestirlo. Spesso mi è capitato, seduta sul gabinetto, di essere talmente debole da non essere più lucida, e vedermi dall’alto come in una specie di astrazione. In quei momenti, bisogna aggrapparsi alla realtà in ogni modo e, infondo, se sentivo “quel dolore”, voleva dire che ero ancora viva. Se dovevo vivere così, dovevo fare in modo di vivere le cose, quelle che potevo, come potevo e per quanto potevo, ma dovevo vivere in profondità. Il senso di tutto era arrivare a fine giornata avendo vissuto, avendo fatto tutto il possibile, non essendo solo sopravvissuta facendomi scivolare la vita addosso. Perché io volevo vivere, e questo non è così scontato, quando non ti rimane più nulla.

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Arrivarono le operazioni: 8 in 2 anni e mezzo. Le prime tre andarono “bene”, ma non diedero i risultati sperati. La quarta fu per cambiare “la batteria”, durata solo 8 mesi, e fare un altro tentativo. Le ultime tre furono per cercare di salvarmi la vita. Così mi ritrovai, non solo con i problemi che già avevo prima, di per se impossibili, ma con anche le conseguenze dovute agli interventi. Sempre più debilitata, sempre più debole e stanca, con lo stesso dolore, ma con sempre più voglia di vivere.

Ho iniziato l’università, per fare l’educatrice. Non sapevo se avrei mai potuto farlo davvero come lavoro, ma sapevo che era esattamente ciò che avrei voluto fare, per arrivare a fine giornata avendo davvero fatto qualcosa “per cui ne vale la pena”. Ogni ora che sono riuscita ad andare, ogni pagina che ho studiato, ogni esame che ho dato, ogni giorno, è stato una sfida continua. Ho dormito qualche ora a notte, resistendo e cercando di studiare tra una crisi e l’altra. A volte svieni, a volte collassi semplicemente a letto e non hai neanche le forze per capire dove sei o come ti chiami, ma ogni piccolissima vittoria, diventa un’enorme soddisfazione.

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Adesso vivo con un sacchettino attaccato alla pancia. Molte persone non riescono ad accettare di vivere in questo modo. Sicuramente ha un forte impatto e non è facile da gestire, ma il “ciccino” di intestino che ho, cucito sulla superficie della pancia, sta diventando il mio migliore amico. Più volte mi sono sentita dire che soffro come poche persone nella vita, ma che sono anche felice come altrettante poche lo sono. Bisogna saper apprezzare le piccole gioie della vita e godere di ogni cosa, anche semplicemente di un raggio di sole sul viso, e avere legami autentici e profondi.

Sono passata dall’essere una bambina, all’essere una Donna e se non avessi sofferto così tanto, non sarei la Persona che sono adesso.

Ho perso tanto, ho dato tanto, ho trovato tanto.

Beatrice, a strong fighter

Senza titolo-56Photo by Chiara DeMarchi

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